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Fuori dal coro

Oggi resto a guardare

Sostare in piedi, appoggiati sulla ringhiera di un cavalcavia, fa pensare. L’ho provato.
Ti appoggi e, magari in preda a un po’ di noia, guardi le macchine passare. Lì per lì, magari, non ti dicono niente, il bello viene dopo. Ti rendi conto del tempo che perdi stando lì in piedi senza far nulla e allora devi trovare un rimedio, devi darci un senso e ti poni un po’ di domande, tipo: perchè sto qua senza far niente? E così è successo. Ho iniziato a vedere dall’alto (come uno spettatore) quelle macchine che sfrecciavano veloci come occasioni che perdevo, ipotetiche, ovviamente. Mi sono sentito lo spettatore di uno spettacolo non mio o a cui non volevo partecipare. Mi sono sentito non parte di un mondo a cui invece appartengo ma a cui a volte non voglio appartenere. Uno Show che è meglio perderlo che trovarlo. Da un lato quelle auto potevano figurare come occasioni, dall’altro come problemi che ad ogni modo sfuggivo anziché affrontare. E tra un pensiero e un altro c’è pure quello di gettarsi: perchè no? In fondo è sempre un modo di partecipare allo Spettacolo, concludendolo.
Pensieri a parte, giorni dopo mi è venuto in mente di fare una foto sullo stesso cavalcavia, che raccontasse il più possibile quello che vivevo giorni prima. La messa a fuoco doveva essere sulla ringhiera, tutto in bianco e nero, il resto leggermente sfocato. L’attenzione doveva essere sulla ringhiera perchè il mio sguardo era lì: non ero infatti interessato alle singole automobili ma al concetto di passaggio incontrollato, di un qualcosa che sfugge all’attenzione e che va a perdersi. È lo sguardo di chi si ferma a guardare ma, in fondo, fa come quello che dorme: non piglia pesci.

Il titolo della foto è: Oggi resto a guardare
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Spingersi oltre

Claustrofobia

Spingersi oltre in questa foto significa rompere con le regole convenzionali basilari: proporzioni tra distanze, simmetria di linee e prospettive e quant’altro. Insomma, creare qualcosa di insolito.
È quello che ho cercato di fare per rappresentare una sensazione infernale: la claustrofobia. Fortunatamente ne sono immune.
Durante lo scatto vedevo come questa foto, di per sè, non mi trasportasse più di un tot. Mi accorgevo quindi che dovevo cambiare qualcosa: di colpo, nel buio del sottopasso, l’idea del titolo.
Ora, non è da me mettermi a spiegare le ragioni del perchè ho costruito la foto in questo modo; più che altro è un ricostruire la foto ora che è già fatta, come per rivivere il momento dello scatto.
L’atmosfera non è delle migliori in questo sottopasso. L’aria è pungente. Un metro sopra la testa sfrecciano velocemente auto nel buio della notte, ma sono poche. Che cosa fare per ottenere una foto diversa, anche rischiando? La prima cosa che mi viene in mente è il cambio di prospettiva, farlo decentrato, scostandomi da quel sistema che fa sì che le linee convergano tutte nei punti giusti. E poi? Una persona cammina. Già vedo la foto in bianco e nero, posso rinunciare ai colori. Nella nebbia fitta, con l’umidità che penetra lentamente nelle ossa, penso alla figura umana indefinita, sfocata. In quel sottopasso dall’atmosfera gelida – in tutti i sensi – mi viene alla mente la claustrofobia. Scatto di continuo mentre la persona cammina (eravamo in 3 a fare foto più l’amico di uno di noi). Si allontana fino alla fine del tunnel, dove c’è più luce. In quel momento si collega tutto quanto: la figura sfocata, le poche luci, questo lungo soffitto ondulato sopra la testa, la prospettiva schiacciata verso l’alto. Ora è sempre più chiaro. Il luogo è lugubre, la persona si allontana ed è sfocata, decentrata, lontana da quell’ordine che cerco spesso e volentieri. Ed è come quando ti manca l’aria: ti senti strozzare, inizi a vedere le cose male, contrastate, gli oggetti in movimento non li distingui. Ti senti dentro ad un tunnel profondo, tutto uguale, lugubre dall’inizio alla fine. Ecco perchè il punto di vista di questa foto è così: è decentrato per dare quella sensazione di soffocamento, come un laccio al collo, e questo è dato dal fatto che i piedi di quella persona si vedono per un pelo. In compenso questo lungo soffitto ondulato, che oscura il cielo e sa veramente di chiuso, si vede molto bene ed ha importanza nello scatto. Come dicevo, è come un laccio attorno al collo che blocca il respiro: vertigini, senso di nausea, vista opaca, niente è più in ordine.
Non uno scatto apocalittico, per carità: è solo una sensazione che ho vissuto e che ritrovo anche ora che riguardo questa foto.

Il titolo della foto è: Claustrofobia
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In piedi, silenziosamente

Dovrei fidarmi?

Quando cammini su un molo che non ti dà sicurezza – perchè è marcio e pericolante – viene un brivido alla schiena.
A me è successo questo. Però per fare una fotografia questo ed altro. Diventa irrefrenabile il desiderio di farla e fermarlo è praticamente impossibile.
Così, mentre ero su quel molo marcescente, pensavo ad un uomo che, in circostanze simili, si apposta davanti ad un dirupo e ivi rimane fermo (sentite che gran scrittore che sono…! tsk!). Si ferma non per buttarsi giù ma per pensare. Di fronte allo spettacolo che un dirupo o un lago profondo o qualcosa di così grande e pericoloso può offrire (è pur sempre uno spettacolo) quell’uomo pensa, riflette, tenta di allineare le sue idee, ci prova. Non riesco a capire esattamente il perchè, provo a dare una mia versione. La sensazione che un luogo del genere – il baratro – può procurare sa di infinito. Uno sale in cima ad una montagna e di fronte a tutto ciò che ha intorno non può non rimanerne colpito. Inizia allora a porsi delle domande, quasi come se tutto quello spettacolo potesse fornirgli le risposte. Non importa se sono solo alcune su cento.
Ero su quel molo e capii subito che avrei fatto una foto che raccontasse dei dubbi, delle debolezze. L’incertezza sul fatto di fidarsi o meno di una persona, di un lavoro, di una situazione o, se volete, l’incertezza di camminare su un molo diroccato senza la certezza che regga e non collassi. Camminavo su quel molo e poi rimasi fermo: ero dubbioso sulla sua tenuta. In quel momento mi venne l’idea del titolo: “Dovrei fidarmi?”. Che non è un titolo che si riferisce solo al molo – altrimenti non sarebbe stata una mia fotografia. È, come mi ha detto una mia cara amica, una sofisticata metafora della vita. Sono quelle situazioni di dubbio estremo in cui l’uomo gioca la cosa più sublime che ha, ossia tutta la sua libertà.

Il titolo della foto è: “Dovrei fidarmi?”
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Trasportàti

Uno

Non è banale dire che siamo come le conchiglie, gli ossi di seppia, i granelli di sabbia: siamo trasportati da qualcosa di grande, immenso e misterioso. Nell’apparenza è il mare, e per gli oggetti citati prima è un dato di fatto. E noi?
Siamo diversi, il nostro valore è inequiparabile. Nulla è come noi. Forse simile. Non uguale. Ecco perchè siamo dotati di un’anima, di una coscienza. Sappiamo cosa è giusto e cosa è sbagliato, sappiamo che viviamo e lì c’è il nostro stupore. Sappiamo che moriremo. Anche l’animale, cane o gatto o altro ancora, manifestano sentimenti simili ai nostri: contentezza e felicità, riconoscenza, bisogni, rabbia, rancore, paure. Ma lì si fermano. Siamo animali anche noi, ma tra l’uomo e gli altri animali la demarcazione è nettissima. Se chiedo al mio cane di scrivere un pensiero guardando questa foto molto probabilmente mi guarderà storto… della serie “povero padrone”. Non ha tutti i torti in effetti. Dimenticavo la mancanza di affetto che un animale può avere. Quella sì, la sentono. Il mio cane ha da qualche tempo perso un punto di riferimento e ci soffre per questo, lo vedo. Non è il solo.
E così, guardando questa foto, dopo diversi giorni che l’ho scattata, non posso che accostarci un pensiero.
Quante volte ci sentiamo come quell’osso di seppia? Sospinto e trasportato dal mare, dalle sue correnti e dalle onde, verso una meta imprecisata, fino ad approvare sulla riva di una spiaggia. Lo si scoprirà poi se quell’isola sarà per noi un’occasione buona o non buona. “Lo scopriremo solo vivendo”.
Non si può programmare molto nella vita, siamo molto limitati in questo. La vita è nostra fino ad un certo punto. Nessuno potrà smentire questo giudizio. Non scegliamo di nascere, non scegliamo interamente la nostra educazione, ma possiamo scegliere come vivere, chi frequentare, chi amare, chi odiare, possiamo scegliere di scegliere, sì o no, pro o contro, che maglietta indossare, il famoso (e ci credo!) maxi televisore del cazzo o una lavatrice. Scegliamo pure di morire, volendo. Eppure non siamo padroni al 100% di casa nostra e facciamo fatica ad ammetterlo. Chi c’è più in alto, in profondità? Se non c’è nessuno allora chi è che decide le regole del gioco? Nasciamo perchè i nostri genitori fanno l’amore o perchè una donna rimane incinta casual… per sbaglio, ma nasciamo. Quindi possiamo, quasi tutti, mettere al mondo dei figli. E chi decide che io non posso decidere cosa farò fra 10 anni? Sostanzialmente io non posso decidere con certezza cosa, dove, quando e come sarò. Questa è una banalissima domanda, se ne potrebbero porre delle altre a non finire. Rimane sempre il motivo di fondo: perchè non controlliamo appieno la nostra vita. Proprio per questo motivo personalmente non riesco a ridimensionare il tutto ad una sorta di ente superiore chiamato Destino. Mi sa di qualcosa di chiuso, di un fondo di bottiglia che non riesci a decifrare e che ti fa pensare “tanto è già scritto” e poi dici “e quindi che mi frega?”. Troppo semplice ridurre tutto a questo. Se il destino è già scritto al 100% allora è finito. E dato che l’uomo come creatura è un essere finito e limitato, se è limitato e finito ciò che è superiore allora siamo fregati. Poi penso: come può un uomo, dotato di anima (e qui nessuno può dire che l’anima non esiste), immaginarsi di morire, scomparire assieme alla sua anima, senza andare a finire da qualche altra parte? Forse è una nostra testardaggine pensare di continuare ad esistere facendo con le mani e con i piedi, scalpitando pur di non finire. Ma il nostro destino è questo. No, l’anima non muore e ci metto la firma in anticipo. Inferno-purgatorio-paradiso, reincarnazione, paradiso con le 77 vergini (come le gambe delle donne), pianeti lontani… pensatela come vi pare, io non guasterò né affermerò massimi sistemi: esplicito le provocazioni che mi fanno sorgere queste domande a cui ho dato molte risposte mentre tante ancora ne sono prive. Se dicessi subito come la penso e affermassi il mio credo o miscredenza renderei praticamente chiuso il discorso. Invece esplicito queste provocazioni. Solo chi legge, vuole e può, le coglierà.
E quando vedo sorridere un figlio dopo poche ore che ha perso il padre e lo fa perchè in lui c’è una sorta di serenità non posso non rimanere sbalordito. Non è tanto sereno perchè “ha sofferto tanto, ora non soffre più”. Questo sì, lo pensiamo e ci conforta, ma finisce lì. Né è sereno perchè è finita l’agonia, durata ore, giorni settimane, mesi o anni e adesso si ritorna a vivere. Non lo decidi tu. Il figlio è sereno perchè nonostante abbia perso il padre sa che guadagna ciò che quest’ultimo ha lasciato, e non parlo di eredità economica, tutt’altro. E una persona che affronta un lutto doloroso come questo che sto descrivendo non si accontenta di nulla. Non basta e non gli basta. Può essere da egoisti pensare che la persona che lascia questa terra abiti altrove? No. Che siamo attaccati alle cose terrene questo è certo. Abbiamo solo quelle. Dominiamo il nostro piccolo orto e guai a chi ce lo tocca. Non è però da egoisti pensare che l’anima di chi ci ha amato viva altrove. Semplicemente è che si crede in qualcosa che prolunga la nostra piccola e stretta visuale verso l’infinito, pur restando umani. Allora sai che in una situazione come questa le cose non sono più solo dolorose, le coincidenze non più casuali, tantomeno gli incontri nella vita. Puoi pensare che esista il Destino (entità ben lungi dall’essere dio), ma definirlo così è, come ho detto prima, una chiusura a prescindere sin dall’inizio. Ti senti amato dal destino? Senti che quando ti ha creato ti ha voluto? Se fosse così, io non penserei mai di sentirmi amato. E da cosa, poi? Da un calcolatore finito e chiuso? Dovrei essere un numero di matricola con vita, morte e miracoli, punto e basta. E se non esistesse niente? Men che meno. Potrei andare avanti per ore ed ore a fare questi pensieri, e invece lascio aperte queste riflessioni che, a riprova del fatto che siamo uomini e dotati di un’anima, nessuno, e qui ci scommetto, è mai stato esente dal farle. Riflessioni. Penso a quel padre di famiglia che ho citato prima e a tutti i suoi cari. Sono ore difficili, dove se non hai un appiglio non sai dove sbattere la testa. E l’appiglio non è un palliativo, è un di più. Padre di famiglia che oltre ad essere realmente esistito, e quindi la storia è vera, è stato anche mio amico. D’altronde una persona così simpatica e gioviale (ma non solo) non poteva non avere amici. Pensate a quelle persone che devono fare i conti con questo vuoto che sicuramente si è creato ma che va colmato. Allora toccherà darci un senso a questo vuoto, un senso vero e duraturo. Pensate nello stesso tempo alla loro serenità – che ho visto guardandoli negli occhi questa sera – e a come faremmo noi nei loro panni. Il confronto con l’altro, anche se a volte ci demolisce, non è un limite ma un di più per noi.

Il titolo della foto è: Uno
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Mille parole

Cerco il sole, ma non c'è

Silenzio, parla la fotografia.
Silenzio. Non si può sempre parlare.
Oggi è meglio restare in silenzio.
Quel silenzio che vale vale più di mille parole.

Il titolo della foto è: Cerco il sole, ma non c’è

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Uno sguardo

Storia di vita

Se quest’uomo sapesse che oggi mi ha reso felice forse sarebbe contento anche lui. Purtroppo non gliel’ho detto e di questo me ne pento.
Ma in cosa consiste questa felicità? Semplicemente nel fatto che questo uomo è stato seduto su quella panchina a guardare la gente che passava, al di là delle antiche mura del borgo del paese. Non solo: il suo sguardo, così pacifico e nello stesso tempo pensoso, mi ha profondamente catturato. Subito prendo la macchina fotografica e cerco di catturarlo perchè dovevo farlo. È rimasto molto tempo in quella posizione, con quella espressione di chi nella vita ha visto così tanto da scriverci dieci libri, e forse non sono abbastanza. Lo sguardo di chi, tra mille ferite, battaglie vinte e perse, soddisfazioni, gioie e dolori, è arrivato fin qui, e qui si gode (e lo spero) l’ultima parte restante della vita. È un uomo anziano che vive a Montegridolfo e che, dopo alcuni minuti di sosta su quella panchina panoramica, da solo scende le scalinate e si ritrova con i suoi coetanei seduti assieme al bar. Un uomo semplice, lo si capisce subito. Penso alla sua vita che non conosco, penso alla vita di un nonno che, come il mio, apparteneva ad un’altra società, ad un altro modo di vivere e pensare, ad un popolo che questo Paese l’ha realmente costruito e non con le parole.
Mentre gli scattavo le foto pensavo e ripensavo a tutto questo, specialmente a quell’espressione così pacata e a tratti sorridente, ricca di dignità.
È meraviglioso sapere che dietro ad un ritratto del genere, che ad alcuni può sembrare banale, scontato, in verità ci sia tutto questo.

Il titolo della foto è: Storia di vita
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Tratto dopo tratto

Tratto dopo tratto

Vedere una persona che sa disegnare bene ed ha talento è qualcosa di bello! Io disegnavo diverso tempo fa, ma non sono mai riuscito ad avere quel tratto che è indispensabile per dare espressività a ciò che si disegna. Per cui guardavo questa mano che con la matita disegnava e tentavo di capirne la logica del movimento, della pressione… Il disegno poi, quando è all’inizio, matura pian piano, e alla fine viene fuori quel capolavoro. Un po’ come nella vita.
Sto distribuendo in giro i curriculum (o dovrei dire curricula?), un mattone qua, un mattone là, chissà che cosa ne verrà fuori. Boh! Il disegno che realizzi a mano, però, alla fine lo fai come vuoi tu, l’altro disegno, invece, è un po’ più arduo. Sto attendendo un mucchio di risposte…. staremo a vedere!
Av salut!

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Sindrome d’autunno

Sindrome d'autunno

Sono pronto all’autunno?
Vedere questa foglia secca sul davanzale della finestra mi ha fatto pensare. L’autunno non è solo una stagione. L’autunno è un modo di vivere in cui la persona muta le sue abitudini. I pensieri ne risentono. Arrivano poi le prime nebbie. Ieri sera, girando per la campagna con la macchina, c’era questo sottile velo di nebbia che mi ha catapultato in avanti, in autunno. È il periodo in cui nell’aria senti l’odore delle foglie bruciate. Oggi si usa di meno farlo, eppure ancora si sente nell’aria questo odore. Mi fa pensare all’infanzia, vissuta nei primi anni Novanta, dove in questo periodo aiutavo i nonni a spazzare la strada e a riempire i sacchi della spazzatura di foglie secche. In fondo alla strada alcuni le bruciavano. Era tutto diverso, anche più calmo e più naturale. L’autunno segna la fine dell’estate in maniera inequivocabile. La zona a mare, finalmente, si libera e così la spiaggia. Ampi spazi.
Tutto questo è raccontato semplicemente da una foglia, caduta dal platano fin sopra il davanzale della mia finestra. Lì dentro c’è tutto. È come il DNA. C’è una sottile storia che si ripete sempre, insita nella natura e, se volete, anche in ognuno di noi. Per me è così. Autunno è quel periodo dove, con i primi freddi, apprezzi di più il calore della casa, la coperta sul divano davanti al film o la passeggiata sulla riva del fiume, lasciandoti cullare da quei raggi di sole che, sebbene autunnali, riscaldano ancora. Autunno, poi, significa anche malinconia, quella nostalgia triste di quelle parti di vita che (forse) nessuno più ti darà.
Più semplicemente la mancanza di qualcosa che ti manca.
E non è un gioco di parole.

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Una giornata uggiosa

Una giornata uggiosa

Dopo diverso tempo sono riuscito a fare questa foto. Magari non è venuta come la pensavo, ossia più simile alla copertina di “Una giornata uggiosa” di Battisti; poi mi sono detto che forse era il caso di non prendere spunto troppo… diciamo quindi che è un lavoro dove la creatività non emerge più di tanto. Sono però contento perchè di per sè è comunque originale e il frangente che ho immortalato è bellissimo.
Che piovesse durante lo scatto si vede… anche lì la tecnica che mi sono studiato mi è venuta incontro.
Che dire? Lette queste poche parole non resta che cliccare sulla foto, dopodichè si potrà anche ascoltare “Una giornata uggiosa”, un brano che adoro ed è il più ascoltato nella mia playlist di iTunes.

Testo:

Sogno un cimitero di campagna e io là
all’ombra di un ciliegio in fiore senza età
per riposare un poco 2 o 300 anni
giusto per capir di più e placar gli affanni

Sogno al mio risveglio di trovarti accanto
intatta con le stesse mutandine rosa
non più bandiera di un vivissimo tormento
ma solo l’ornamento di una bella sposa

Ma che colore ha una giornata uggiosa
ma che sapore ha una vita mal spesa
Ma che colore ha una giornata uggiosa
ma che sapore ha una vita mal spesa

Sogno di abbracciare un amico vero
che non voglia vendicarsi su di me di un suo momento amaro
e gente giusta che rifiuti d’esser preda
di facili entusiasmi e ideologie alla moda

Ma che colore ha una giornata uggiosa
ma che sapore ha una vita mal spesa
Ma che colore ha una giornata uggiosa
ma che sapore ha una vita mal spesa

Sogno il mio paese infine dignitoso
e un fiume con i pesci vivi a un’ora dalla casa
di non sognare la Nuovissima Zelanda
Per fuggire via da te Brianza velenosa

Ma che colore ha una giornata uggiosa
ma che sapore ha una vita mal spesa

Più volte mi ritrovo nel testo (di Mogol/Battisti). C’è corrispondenza e non mi sembra poco.
Non voglio dire che sia il pezzo più bello di Lucio Battisti, però ha in sè, tra il ritmo che sa di pioggia battente e la melodia che trascina, qualcosa che mi prende particolarmente.
Credo che una canzone debba fare questo.

Il titolo della foto è: Una giornata uggiosa
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Tra una goccia e l’altra

Tra una goccia e l'altra

Siamo come le tegole. Proteggiamo noi stessi ma spesso lo facciamo male o non lo facciamo per niente. E così tra un temporale e un altro ci laviamo sempre, guardando quel cielo che ci svuota sempre qualcosa. Lo fa in continuazione. Quanti cieli vediamo tutti i giorni… non sono mai uguali, anche se così ci sembrano.
Una gita a Brisighella, meta decisa all’ultimo minuto quando si era già per strada, e la giornata si evolve, pensando che sia stata una bella occasione per lasciare i pensieri a casa e concedersi un momento di cambio aria. Così è stato. Meno male!
Tra una goccia e l’altra il temporale ha concesso rari momenti di tranquillità per passeggiare. Rari, perchè personalmente parlando mi sono lavato dalla testa ai piedi. Di brutto. Ci sta anche questo, ci voleva, anzi. Va bene, va bene così.

Il titolo della foto è: Tra una goccia e l’altra
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