
Non è banale dire che siamo come le conchiglie, gli ossi di seppia, i granelli di sabbia: siamo trasportati da qualcosa di grande, immenso e misterioso. Nell’apparenza è il mare, e per gli oggetti citati prima è un dato di fatto. E noi?
Siamo diversi, il nostro valore è inequiparabile. Nulla è come noi. Forse simile. Non uguale. Ecco perchè siamo dotati di un’anima, di una coscienza. Sappiamo cosa è giusto e cosa è sbagliato, sappiamo che viviamo e lì c’è il nostro stupore. Sappiamo che moriremo. Anche l’animale, cane o gatto o altro ancora, manifestano sentimenti simili ai nostri: contentezza e felicità, riconoscenza, bisogni, rabbia, rancore, paure. Ma lì si fermano. Siamo animali anche noi, ma tra l’uomo e gli altri animali la demarcazione è nettissima. Se chiedo al mio cane di scrivere un pensiero guardando questa foto molto probabilmente mi guarderà storto… della serie “povero padrone”. Non ha tutti i torti in effetti. Dimenticavo la mancanza di affetto che un animale può avere. Quella sì, la sentono. Il mio cane ha da qualche tempo perso un punto di riferimento e ci soffre per questo, lo vedo. Non è il solo.
E così, guardando questa foto, dopo diversi giorni che l’ho scattata, non posso che accostarci un pensiero.
Quante volte ci sentiamo come quell’osso di seppia? Sospinto e trasportato dal mare, dalle sue correnti e dalle onde, verso una meta imprecisata, fino ad approvare sulla riva di una spiaggia. Lo si scoprirà poi se quell’isola sarà per noi un’occasione buona o non buona. “Lo scopriremo solo vivendo”.
Non si può programmare molto nella vita, siamo molto limitati in questo. La vita è nostra fino ad un certo punto. Nessuno potrà smentire questo giudizio. Non scegliamo di nascere, non scegliamo interamente la nostra educazione, ma possiamo scegliere come vivere, chi frequentare, chi amare, chi odiare, possiamo scegliere di scegliere, sì o no, pro o contro, che maglietta indossare, il famoso (e ci credo!) maxi televisore del cazzo o una lavatrice. Scegliamo pure di morire, volendo. Eppure non siamo padroni al 100% di casa nostra e facciamo fatica ad ammetterlo. Chi c’è più in alto, in profondità? Se non c’è nessuno allora chi è che decide le regole del gioco? Nasciamo perchè i nostri genitori fanno l’amore o perchè una donna rimane incinta casual… per sbaglio, ma nasciamo. Quindi possiamo, quasi tutti, mettere al mondo dei figli. E chi decide che io non posso decidere cosa farò fra 10 anni? Sostanzialmente io non posso decidere con certezza cosa, dove, quando e come sarò. Questa è una banalissima domanda, se ne potrebbero porre delle altre a non finire. Rimane sempre il motivo di fondo: perchè non controlliamo appieno la nostra vita. Proprio per questo motivo personalmente non riesco a ridimensionare il tutto ad una sorta di ente superiore chiamato Destino. Mi sa di qualcosa di chiuso, di un fondo di bottiglia che non riesci a decifrare e che ti fa pensare “tanto è già scritto” e poi dici “e quindi che mi frega?”. Troppo semplice ridurre tutto a questo. Se il destino è già scritto al 100% allora è finito. E dato che l’uomo come creatura è un essere finito e limitato, se è limitato e finito ciò che è superiore allora siamo fregati. Poi penso: come può un uomo, dotato di anima (e qui nessuno può dire che l’anima non esiste), immaginarsi di morire, scomparire assieme alla sua anima, senza andare a finire da qualche altra parte? Forse è una nostra testardaggine pensare di continuare ad esistere facendo con le mani e con i piedi, scalpitando pur di non finire. Ma il nostro destino è questo. No, l’anima non muore e ci metto la firma in anticipo. Inferno-purgatorio-paradiso, reincarnazione, paradiso con le 77 vergini (come le gambe delle donne), pianeti lontani… pensatela come vi pare, io non guasterò né affermerò massimi sistemi: esplicito le provocazioni che mi fanno sorgere queste domande a cui ho dato molte risposte mentre tante ancora ne sono prive. Se dicessi subito come la penso e affermassi il mio credo o miscredenza renderei praticamente chiuso il discorso. Invece esplicito queste provocazioni. Solo chi legge, vuole e può, le coglierà.
E quando vedo sorridere un figlio dopo poche ore che ha perso il padre e lo fa perchè in lui c’è una sorta di serenità non posso non rimanere sbalordito. Non è tanto sereno perchè “ha sofferto tanto, ora non soffre più”. Questo sì, lo pensiamo e ci conforta, ma finisce lì. Né è sereno perchè è finita l’agonia, durata ore, giorni settimane, mesi o anni e adesso si ritorna a vivere. Non lo decidi tu. Il figlio è sereno perchè nonostante abbia perso il padre sa che guadagna ciò che quest’ultimo ha lasciato, e non parlo di eredità economica, tutt’altro. E una persona che affronta un lutto doloroso come questo che sto descrivendo non si accontenta di nulla. Non basta e non gli basta. Può essere da egoisti pensare che la persona che lascia questa terra abiti altrove? No. Che siamo attaccati alle cose terrene questo è certo. Abbiamo solo quelle. Dominiamo il nostro piccolo orto e guai a chi ce lo tocca. Non è però da egoisti pensare che l’anima di chi ci ha amato viva altrove. Semplicemente è che si crede in qualcosa che prolunga la nostra piccola e stretta visuale verso l’infinito, pur restando umani. Allora sai che in una situazione come questa le cose non sono più solo dolorose, le coincidenze non più casuali, tantomeno gli incontri nella vita. Puoi pensare che esista il Destino (entità ben lungi dall’essere dio), ma definirlo così è, come ho detto prima, una chiusura a prescindere sin dall’inizio. Ti senti amato dal destino? Senti che quando ti ha creato ti ha voluto? Se fosse così, io non penserei mai di sentirmi amato. E da cosa, poi? Da un calcolatore finito e chiuso? Dovrei essere un numero di matricola con vita, morte e miracoli, punto e basta. E se non esistesse niente? Men che meno. Potrei andare avanti per ore ed ore a fare questi pensieri, e invece lascio aperte queste riflessioni che, a riprova del fatto che siamo uomini e dotati di un’anima, nessuno, e qui ci scommetto, è mai stato esente dal farle. Riflessioni. Penso a quel padre di famiglia che ho citato prima e a tutti i suoi cari. Sono ore difficili, dove se non hai un appiglio non sai dove sbattere la testa. E l’appiglio non è un palliativo, è un di più. Padre di famiglia che oltre ad essere realmente esistito, e quindi la storia è vera, è stato anche mio amico. D’altronde una persona così simpatica e gioviale (ma non solo) non poteva non avere amici. Pensate a quelle persone che devono fare i conti con questo vuoto che sicuramente si è creato ma che va colmato. Allora toccherà darci un senso a questo vuoto, un senso vero e duraturo. Pensate nello stesso tempo alla loro serenità – che ho visto guardandoli negli occhi questa sera – e a come faremmo noi nei loro panni. Il confronto con l’altro, anche se a volte ci demolisce, non è un limite ma un di più per noi.
Il titolo della foto è: Uno