
Foto “LaPresse”
Come un capodoglio spiaggiato.
Questo è il gelido spettacolo che la realtà ci ha offerto in questi strani giorni. Sì, strani, perchè un evento del genere altro non ha potuto fare che sferzare il nostro quotidiano equilibrio.
E così, con gli occhi sgranati, scrutiamo quel gigante mostro adagiato sulla costa rocciosa.
Quello che prima solcava i mari, mostrando il suo sfarzo e la sua maestosità al mondo, diventando cartolina di molti viaggi. Quello che era il tempio natante del lusso, emblema di tecnologia, modernità, superiorità dell’uomo sulla natura.
E invece…
E invece oggi non resta che il silenzio. Agonizzante, in balìa di un precario equilibrio, in bilico, in preda alle correnti del mare e col suo carico di morte, dà mostra della sua tetra figura. Fa impressione, toglie le parole di bocca, stringe la gola. Credo che nessuno, guardando uno spettacolo del genere – e dietro il sipario c’è la tragedia – lo abbia fatto senza provare un sentimento di angoscia. Proviamo paura guardando quella nave, perché un qualcosa di così crudo e bestiale squarcia il velo che abbiamo di fronte agli occhi, mostrandoci una nuda verità. Ed è pesantissima. Verità che i nostri occhi non sono soliti provare, e così le nostre orecchie. E il silenzio, mai come in questo caso, è davvero assordante. Il frastuono non lo si scorda. Improvvisamente ci scopriamo nudi, più semplici, più inetti e incapaci. Ci accorgiamo che forse eravamo troppo avanti, ci credevamo più potenti di un tempo (di 100 anni fa, per esempio). Quello che scaturisce da un evento del genere, di fatto, è un ritorno coatto alla semplicità. Di fronte all’immagine di questa modernità che crolla miseramente non riusciamo a capacitarci. Crolla accasciandosi così facilmente su una piccola spiaggia rocciosa: uno scoglio, un sassolino che ferisce al cuore la modernità, che poi è la società moderna.
Tutto questo ci deve insegnare – ancora una volta – che non controlliamo noi le cose come vorremmo. Noi non controlliamo proprio un bel niente…! Riusciamo a malapena a gestire l’orticello di casa, più in là è fatica. E quanto è dura ammetterlo!
Ci troviamo ad affrontare un qualcosa di così grande e sbilanciato che si sentono distintamente i battiti del cuore. Fa paura. È bestiale questa sensazione: è come se ci avessero tolto la pelle… e improvvisamente avvertiamo una sensibilità che prima non avevamo. O che abbiamo rivestito con altro, indifferenza o abitudine, per fare un esempio. E invece no, siamo spogliati, svestiti, senza quella scorza che ci ricopriva. Ma la realtà è ben diversa, è indomabile, e mette l’uomo con le spalle al muro. Lo fa sempre, prima o dopo. E va affrontata. Riusciremo a rinunciare al fatto di essere (quasi) onnipotenti, di credere di poter dominare tutto con la nostra forza meschina, di poter dominare la natura e i suoi elementi? È crollato il castello, e non ci sono vincitori, ma solo vinti. Questa bestia panciuta, colossale… questa cattedrale del lusso spiaggiata come una balena che ha perso la propria rotta. Così una nave da crociera, simbolo del lusso e dello svago, per un errore così banale (l’omissione al proprio compito, umano) si arena in maniera così facile. Un piccolo scoglio che abbatte un gigante. Come Davide e Golia. E d’improvviso la “Concordia” fa naufragio, proprio come nel quadro di Friedrich lo fece la “Speranza”.
Fateci caso, ci sono davvero tanti segni, tanti simboli in tutta questa vicenda, la cui fine è avvolta dal mistero. La nave gigante e sfarzosa, il comandante fiero e sicuro di sè, lo scoglio infinitesimale che fa affondare tutto. La concordia, la speranza… Semplicemente è la storia dell’uomo.
Il comandante… fiero e sicuro di sè, serio e ligio al dovere, se non fosse per la sua ambizione e sfrontatezza. Non posso che provare pena nei suoi confronti (e quando dico ‘pena’ non significa ‘difesa’, sia ben chiaro!): il rimorso, che giorno dopo giorno si farà sempre più incessante, sostituisce tutte le pene giuridiche e fisiche che gli si possono infliggere. Non vorrei essere nei suoi panni. Non saprei come fare. Pregherei per ricevere un infarto sul colpo. Davvero, fa pena un uomo così. Ha dinanzi a sè una vita senza alcuna pace. E se per caso riuscisse a dormire anche una sola notte, allora gli si dia la semi-infermità mentale. Non sarà possibile altrimenti.
Tutto questo è ben lontano da prima, da cinque giorni fa. Sicuro, pieno di sè, di chi è in grado di controllare ogni cosa: le intemperie, le difficoltà tecniche, i soliti casi della vita… ma con un “piccolo” vuoto: controllare il proprio orgoglio. E l’orgoglio, l’ambizione, la sfrontatezza… sono i responsabili della sciagura. Sono il sassolino che ha fatto inciampare questa storia. Un uomo così che poi si scopre nudo, con soltanto pochi stracci che lo coprono a malapena. Panico, falsità, vigliaccheria, superbia… povertà totale. Disarmato nel giro di pochi secondi. E il castello di carte crolla di botto. E la botta è più devastante che mai.
Un uomo senza più nulla, una cattedrale crollata che serba il suo carico di morte e disperazione, una realtà totalmente rovesciata rispetto a prima. Come possiamo non pensare anche a noi, che su quella nave non c’eravamo?
Crediamo davvero di potercela cavare scaricando tutta la colpa su una persona sola (o comunque su pochi altri individui) e di chiudere così la faccenda? Seppelliremmo tutto subito. La colpa è sua, punto. Castigatelo. Si fa così: quando la merda puzza piuttosto che rimuoverla di torno la si copre. E si mette la parola fine.
Io invece credo che un interrogativo dovremmo farcelo tutti quanti noi. Dovremmo riflettere sul lato umano della vicenda che, se di fatto è una tragedia – e come tale è qualcosa di enormemente drammatico – comunque non può non avere anche un lato positivo. E il lato positivo, secondo me, sta nel fatto di calarci anche noi in quei panni e tentare di capire che genere di insegnamento possiamo trarre da tutto questo. Noi che puntiamo il dito, ma che in verità siamo praticamente uguali. Certo, le nostre responsabilità sono diverse. Io non trasporto 4200 e passa passeggeri. Ma sono uomo anch’io. E questa storia è, come tutte le altre, fatta di uomini. Il comportamento di quel comandante nasce semplicemente dalla natura fragile dell’uomo: la sua fragilità naturale. E allora non siamo diversi da quella orrida bestia che per una stupida ambizione ha sfidato tutto e tutti provocando questo insanabile disastro. No. Ne siamo accomunati. E d’improvviso, se ci pensiamo, scopriamo che non serve essere politici o uomini potentissimi per arrecare danni stratosferici o governare tutto. Anche un ruolo molto più semplice, come quello di un marinaio, ha delle pesanti ricadute. E la radice, in tutti i casi, è la stessa, quella umana. E mentre ci penso trovo una corrispondenza con la Passione di Cristo. Non per fare religione, non mi interessa parlarne qui, non devo e non voglio inculcare nulla a nessuno… ma l’esempio torna. Pietro, l’uomo più vicino a Gesù di tutti gli apostoli, è considerato una colonna, un enorme punto di riferimento. Il suo ruolo è fondamentale, è quasi un tramite tra Gesù e gli apostoli. È anche uno dei più anziani e quindi dei più saggi. Eppure nel dialogo dell’Ultima Cena accade l’inverosimile. Di fronte a quel “uno di voi mi tradirà” e alla domanda “sono forse io, Signore?”, Gesù risponde: “In verità ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte”. E Pietro gli rispose: “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò”.
Il gallo cantò tre volte, tante quanti i rinnegamenti di Pietro che, una volta accortosi del fatto, scappò, piangendo amaramente. E così quel comandante, col suo ruolo istituzionale che lo rendeva più uomo di quel che era, che gli dava dei compiti e dei doveri. Chi l’avrebbe mai detto che per uno stupido, banalissimo vizio, avrebbe fatto affondare una nave abiurando il proprio ruolo, la propria funzione? L’allarme dato in forte ritardo, il tentativo di portare via la scatola nera, le balle madornali, la fuga, le tre telefonate… le tre telefonate. E il pianto. E l’imperituro rimorso.
Siamo uomini.
E la poesia “Uomo del mio tempo” di Salvatore Quasimodo (1935) ne è la conferma.
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Silenzio assordante

Come gabbiani senza ali

Siamo uomini