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Liberi liberi

Liberi liberi

Il vento dietro le spalle, l’erba verde che si inchina di fronte all’oceano, di un verde diverso, color acqua, e la roccia scura a strapiombo. Sono lontane le onde che si infrangono, ma il rumore potente della forza del mare si sente comunque, sordo e cupo. È la fine dell’estate, l’aria è tiepida e le forti raffiche di vento iniziano a pungere la pelle. Ma non importa. In quel momento, nel presente, tu sei lì e non vuoi perderti lo spettacolo. Ogni istante che passa ti ripeti “che pace, che pace!” e non vorresti tornare indietro. Già: è la sensazione di serenità e di libertà, così magnetica da tenerti incollato in quel luogo che sa di natura, di semplicità. Rappresenta un punto di svolta tutto ciò: per chi è avvezzo al cemento che ti soffoca i pori della pelle e la mente questo è una specie di paradiso. La potenza dell’oceano è indomabile. Lo capisci subito quando quelle onde gigantesche si infrangono con una potenza formidabile contro le rocce, a tratti levigate, a tratti no, come se non fossero mai abituate abbastanza al contatto col mare. Ma il risultato è garantito: l’infinito. Lo respiri ovunque, in Normandia. E quando sei lì il profumo di libertà non significa solo essere lontani dai propri affanni, dai problemi, dalle tue gioie o dai tuoi dolori: ti senti proprio libero con te stesso, ti riscopri, e vuoi scoprire di più. Non è un divertimento (nel senso latino del termine, de-vertere, “volgere altrove”, “andare fuori” e quindi “fuggire da”), è un entrare dentro: dentro di te, dentro la vita, dentro ciò che ti circonda. Come quando ti interessi di qualcosa: ci entri dentro, la vuoi fare tua. E, in un posto come la Normandia, io voglio fare mio l’infinito. Per non finire mai.

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Immersi nel silenzio

Esserci

Circondato da migliaia di croci bianche, come fiori su un prato, mi immergo dentro questo dirompente senso di ordine, prospettiva, silenzio. È metà settembre e sta per iniziare l’autunno, e le prime foglie iniziano a posarsi su questo prato che sa di perfezione. Perfezione che la si ritrova ovunque: un ordine che è presente in ogni dettaglio. La prospettiva data dalle file di croci a perdita d’occhio, l’ordine millimetrico: e tutto sa di infinito. Il mare accanto, il vento. Ogni passo che fai vedi l’infinito. La sensazione è quella che ti provoca quel senso di soffocamento che si prova quando si è in cima alla montagna e vedi il mondo come non l’hai mai visto. Come quando vedi l’infinito. E in questo mare di croci, “piantate” come fiori in maniera perfetta in terra di Normandia e rivolte ad ovest – verso l’America – ho trovato l’infinito. È stato come piombare in una dimensione sconosciuta e così affascinante e misteriosa. Un luogo fuori dal mondo. Passo dopo passo scorgevo linee geometriche a perdita d’occhio congiungersi ora a destra, ora a sinistra. Dimensione temporale assente. Un ordine paranormale, l’esatta antitesi di quei giorni così devastati e cupi, dove la morte ha messo fine al rumore di spari, al cadere dei bossoli, al sibilare delle pallottole e all’ululare dei colpi di cannone, agli urli strazianti del dolore. E ora è tutto perfettamente calmo, silenzioso. Un silenzio disarmante che sa tanto di morte quanto di pace. Ma non è prevalsa la morte in quei passi lungo questa distesa di croci bianche: la morte è troppo finita per avere il sapore di infinito di questo luogo. Qui si va oltre. C’è qualcosa in più che che blocca il meccanismo distruttivo della morte in sè e per sè, quello per cui tutto finisce irrimediabilmente: in questo caso non potrebbe esserci quella rosa ai piedi della croce, non potrebbe fermarsi il fiato e non sarebbe possibile uscire da questo luogo di morte con un briciolo di speranza. Già, la speranza: piantata in quelle croci che ricordano la morte essa non muore ma fiorisce come un fiore. E te la ritrovi appena esci da quel luogo sacro, dritta in gola, così forte da trattenerti il respiro: la speranza (giusta o vana che sia) che mai più accada una tragedia così infinitamente grande.

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Sesta alba di giugno

Distanti, distaccati da ciò che vorremmo essere.
Non riusciamo a vedere nemmeno cosa c’è ad un centimetro dal nostro naso. È tutto sfocato, incomprensibile ai nostri occhi. Come quando si dice che si guarda il dito e non la luna. Ma cosa vorremmo essere? Cosa vuoi fare nella tua vita? A chi appartieni? Ti appartieni?
Nientepopodimenoché quei soliti momenti in cui non sappiamo dove stiamo andando. Pensiamo e ci affliggiamo per sogni che ci sembrano già utopie, utopie che in fin dei conti sono la morte dell’anima. Credere in qualcosa di irrealizzabile. Non porta da nessuna parte. Bisogna invece credere in qualcosa di realizzabile, che ha un senso, che dia un senso a noi. Credere nell’utopia significa essere distaccati dalla realtà. È la realtà stessa che ti suggerisce cosa può essere realizzabile e cosa no. Eppure ci accaniamo spesso nel contemplare visioni utopiche. Idilli. Le lacrime, poi, sono solo quelle di coccodrillo.

E allora tu sei lì sulla battigia, le onde arrivano ai tuoi piedi, te li bagnano e ti fanno venire la voglia di affrontare il mare, di sapere cosa c’è oltre all’orizzonte. E non sai come fare, non hai più gli occhi per vedere le cose al loro stato reale. Perché dietro di te c’è quella barca che ti aspetta: aspetta solo che tu la trascini a riva, facendola scivolare in acqua, prendere i remi e partire per quell’orizzonte.
Ma tu oserai guardare più in là del tuo naso per scoprirla?
Ecco in cosa consiste la libertà.

 

P.S.: Sono tornato a scrivere dopo più di un anno. Un grazie a quella lettrice che, senza far chissà cosa, ha dato un po’ di voglia al sottoscritto.

Il titolo della foto è: Sesta alba di giugno

 

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Foto “LaPresse”

Come un capodoglio spiaggiato.
Questo è il gelido spettacolo che la realtà ci ha offerto in questi strani giorni. Sì, strani, perchè un evento del genere altro non ha potuto fare che sferzare il nostro quotidiano equilibrio.
E così, con gli occhi sgranati, scrutiamo quel gigante mostro adagiato sulla costa rocciosa.
Quello che prima solcava i mari, mostrando il suo sfarzo e la sua maestosità al mondo, diventando cartolina di molti viaggi. Quello che era il tempio natante del lusso, emblema di tecnologia, modernità, superiorità dell’uomo sulla natura.
E invece…

E invece oggi non resta che il silenzio. Agonizzante, in balìa di un precario equilibrio, in bilico, in preda alle correnti del mare e col suo carico di morte, dà mostra della sua tetra figura. Fa impressione, toglie le parole di bocca, stringe la gola. Credo che nessuno, guardando uno spettacolo del genere – e dietro il sipario c’è la tragedia – lo abbia fatto senza provare un sentimento di angoscia. Proviamo paura guardando quella nave, perché un qualcosa di così crudo e bestiale squarcia il velo che abbiamo di fronte agli occhi, mostrandoci una nuda verità. Ed è pesantissima. Verità che i nostri occhi non sono soliti provare, e così le nostre orecchie. E il silenzio, mai come in questo caso, è davvero assordante. Il frastuono non lo si scorda. Improvvisamente ci scopriamo nudi, più semplici, più inetti e incapaci. Ci accorgiamo che forse eravamo troppo avanti, ci credevamo più potenti di un tempo (di 100 anni fa, per esempio). Quello che scaturisce da un evento del genere, di fatto, è un ritorno coatto alla semplicità. Di fronte all’immagine di questa modernità che crolla miseramente non riusciamo a capacitarci. Crolla accasciandosi così facilmente su una piccola spiaggia rocciosa: uno scoglio, un sassolino che ferisce al cuore la modernità, che poi è la società moderna.
Tutto questo ci deve insegnare – ancora una volta – che non controlliamo noi le cose come vorremmo. Noi non controlliamo proprio un bel niente…! Riusciamo a malapena a gestire l’orticello di casa, più in là è fatica. E quanto è dura ammetterlo!
Ci troviamo ad affrontare un qualcosa di così grande e sbilanciato che si sentono distintamente i battiti del cuore. Fa paura. È bestiale questa sensazione: è come se ci avessero tolto la pelle… e improvvisamente avvertiamo una sensibilità che prima non avevamo. O che abbiamo rivestito con altro, indifferenza o abitudine, per fare un esempio. E invece no, siamo spogliati, svestiti, senza quella scorza che ci ricopriva. Ma la realtà è ben diversa, è indomabile, e mette l’uomo con le spalle al muro. Lo fa sempre, prima o dopo. E va affrontata. Riusciremo a rinunciare al fatto di essere (quasi) onnipotenti, di credere di poter dominare tutto con la nostra forza meschina, di poter dominare la natura e i suoi elementi? È crollato il castello, e non ci sono vincitori, ma solo vinti. Questa bestia panciuta, colossale… questa cattedrale del lusso spiaggiata come una balena che ha perso la propria rotta. Così una nave da crociera, simbolo del lusso e dello svago, per un errore così banale (l’omissione al proprio compito, umano) si arena in maniera così facile. Un piccolo scoglio che abbatte un gigante. Come Davide e Golia. E d’improvviso la “Concordia” fa naufragio, proprio come nel quadro di Friedrich lo fece la “Speranza”.

Fateci caso, ci sono davvero tanti segni, tanti simboli in tutta questa vicenda, la cui fine è avvolta dal mistero. La nave gigante e sfarzosa, il comandante fiero e sicuro di sè, lo scoglio infinitesimale che fa affondare tutto. La concordia, la speranza… Semplicemente è la storia dell’uomo.
Il comandante… fiero e sicuro di sè, serio e ligio al dovere, se non fosse per la sua ambizione e sfrontatezza. Non posso che provare pena nei suoi confronti (e quando dico ‘pena’ non significa ‘difesa’, sia ben chiaro!): il rimorso, che giorno dopo giorno si farà sempre più incessante, sostituisce tutte le pene giuridiche e fisiche che gli si possono infliggere. Non vorrei essere nei suoi panni. Non saprei come fare. Pregherei per ricevere un infarto sul colpo. Davvero, fa pena un uomo così. Ha dinanzi a sè una vita senza alcuna pace. E se per caso riuscisse a dormire anche una sola notte, allora gli si dia la semi-infermità mentale. Non sarà possibile altrimenti.
Tutto questo è ben lontano da prima, da cinque giorni fa. Sicuro, pieno di sè, di chi è in grado di controllare ogni cosa: le intemperie, le difficoltà tecniche, i soliti casi della vita… ma con un “piccolo” vuoto: controllare il proprio orgoglio. E l’orgoglio, l’ambizione, la sfrontatezza… sono i responsabili della sciagura. Sono il sassolino che ha fatto inciampare questa storia. Un uomo così che poi si scopre nudo, con soltanto pochi stracci che lo coprono a malapena. Panico, falsità, vigliaccheria, superbia… povertà totale. Disarmato nel giro di pochi secondi. E il castello di carte crolla di botto. E la botta è più devastante che mai.
Un uomo senza più nulla, una cattedrale crollata che serba il suo carico di morte e disperazione, una realtà totalmente rovesciata rispetto a prima. Come possiamo non pensare anche a noi, che su quella nave non c’eravamo?
Crediamo davvero di potercela cavare scaricando tutta la colpa su una persona sola (o comunque su pochi altri individui) e di chiudere così la faccenda? Seppelliremmo tutto subito. La colpa è sua, punto. Castigatelo. Si fa così: quando la merda puzza piuttosto che rimuoverla di torno la si copre. E si mette la parola fine.
Io invece credo che un interrogativo dovremmo farcelo tutti quanti noi. Dovremmo riflettere sul lato umano della vicenda che, se di fatto è una tragedia – e come tale è qualcosa di enormemente drammatico – comunque non può non avere anche un lato positivo. E il lato positivo, secondo me, sta nel fatto di calarci anche noi in quei panni e tentare di capire che genere di insegnamento possiamo trarre da tutto questo. Noi che puntiamo il dito, ma che in verità siamo praticamente uguali. Certo, le nostre responsabilità sono diverse. Io non trasporto 4200 e passa passeggeri. Ma sono uomo anch’io. E questa storia è, come tutte le altre, fatta di uomini. Il comportamento di quel comandante nasce semplicemente dalla natura fragile dell’uomo: la sua fragilità naturale. E allora non siamo diversi da quella orrida bestia che per una stupida ambizione ha sfidato tutto e tutti provocando questo insanabile disastro. No. Ne siamo accomunati. E d’improvviso, se ci pensiamo, scopriamo che non serve essere politici o uomini potentissimi per arrecare danni stratosferici o governare tutto. Anche un ruolo molto più semplice, come quello di un marinaio, ha delle pesanti ricadute. E la radice, in tutti i casi, è la stessa, quella umana. E mentre ci penso trovo una corrispondenza con la Passione di Cristo. Non per fare religione, non mi interessa parlarne qui, non devo e non voglio inculcare nulla a nessuno… ma l’esempio torna. Pietro, l’uomo più vicino a Gesù di tutti gli apostoli, è considerato una colonna, un enorme punto di riferimento. Il suo ruolo è fondamentale, è quasi un tramite tra Gesù e gli apostoli. È anche uno dei più anziani e quindi dei più saggi. Eppure nel dialogo dell’Ultima Cena accade l’inverosimile. Di fronte a quel “uno di voi mi tradirà” e alla domanda “sono forse io, Signore?”, Gesù risponde: “In verità ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte”. E Pietro gli rispose: “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò”.
Il gallo cantò tre volte, tante quanti i rinnegamenti di Pietro che, una volta accortosi del fatto, scappò, piangendo amaramente. E così quel comandante, col suo ruolo istituzionale che lo rendeva più uomo di quel che era, che gli dava dei compiti e dei doveri. Chi l’avrebbe mai detto che per uno stupido, banalissimo vizio, avrebbe fatto affondare una nave abiurando il proprio ruolo, la propria funzione? L’allarme dato in forte ritardo, il tentativo di portare via la scatola nera, le balle madornali, la fuga, le tre telefonate… le tre telefonate. E il pianto. E l’imperituro rimorso.
Siamo uomini.

E la poesia “Uomo del mio tempo” di Salvatore Quasimodo (1935) ne è la conferma.

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Silenzio assordante
Silenzio assordante

Come gabbiani senza ali
Come gabbiani senza ali

Siamo uomini
Siamo uomini

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Come un bambino

Sicurezze

Con la mano ben salda al fiocco (la vela anteriore), il bambino vede la prua della sua barca solcare il mare, con quella sicurezza di chi ha confidenza, di chi guarda le cose semplicemente o, magari, tenendo lontani dalla testa pensieri di troppo.
Già, quei pensieri… che attanagliano la mente dei grandi, che rendono complicato tutto, anche i rapporti tra persone. Che sono alla base di quelle rotture che non si rimarginano facilmente. Ingenuità, forse, ma anche purezza. Semplicità di dialogo, di rapporto, semplicità di essere, senza quelle congetture, malizie. Semplicità nel sistemare distacchi tra persone.
Dovremmo invece solcare il mare come quel bambino, agganciato saldamente e con serenità alla vela, solcando il mare: certo, senza nessuna certezza definita di come potrà andare il viaggio, ma godendosi lo spettacolo da protagonista.

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Destini diversi

Destini diversi

Come due colonne, così vicine, che si guardano… ma parallele. Della stessa sostanza, della stessa struttura, ma a distanza. Non importa se è poca. Non si toccano. Entrambe si ergono verso il cielo, quasi spingono per arrivarci. Parallele, divise, uguali, distanti… come le vite di due persone che, dopo aver capito (anche amaramente) che il loro destino non è comune, continuano per la propria strada. Divise, diverse. Due destini che non riescono a fondersi in uno solo e diventare più forti. Molto semplicemente due destini diversi.

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Il valore del tempo

Aspettando quel treno che non passerà mai

Una stazione che pare abbandonata, dove ogni centimetro quadro è coperto da graffiti. Una classica zona periferica, underground.
Alla ricerca di qualcosa da fotografare e che ti colpisca, avverti che in quel posto la dimensione temporale tende quasi ad annullarsi, lasciando intatto tutto ciò che ti circonda.
In quel silenzio senza tempo, in una stazione come quella, pensi ad una presenza di vita dentro quest’atmosfera da abbandono. Subito viene alla mente l’immagine di una persona che aspetta (o finge di aspettare, mentendo anche a se stessa) un treno che gli cambi la vita o che smuova ciò che da troppo tempo è immobile. Un’illusione, un sogno, una possibile realtà e quindi un divenire. Non si sa. E allora ecco quella figura umana che si siede e aspetta, quasi sconsolata, quel treno. Il tempo, che sembra non esistere, continua a scandire i suoi secondi, minuti e ore. E lo sguardo, quello sguardo, scivola lentamente verso il basso. Non guarda più l’orizzonte per vedere il treno. È la consapevolezza di ha capito o che sta capendo, è quel momento in cui devi scegliere se continuare ad illuderti o dare un taglio a tutto. È uno di quei momenti in cui si cresce, chiudendo un’era o anche solo un’avventura. È il momento in cui ti accorgi che tanta è la tua fragilità e che tanti sono stati i tuoi errori. Eppure basta appena una punta di orgoglio e le mani si rattrappiscono nervose, desiderose e in cerca di un riscatto, di un nuovo inizio. Ed è questo il positivo, che solo il tempo può darci. Basta solo coglierne i particolari e riassemblarli così come sono, senza macchinazioni, mistificazioni.

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Luce e interpretazioni

Opportunità

Un cammino nel buio e, a tratti, irregolari finestre diffondono una forte luce, contrasti netti ed evidenti. Allora sai che ripetutamente queste luci ti guidano lungo un tunnel scuro e ti senti rassicurato… sempre che ci siano altre finestre.
La lunghezza del cammino non è data saperla, né il numero delle finestre e la potenza delle rispettive luci. Il cammino però è irregolare e a tratti, nonostante le luci, si va a tentoni. Ogni luce quindi illumina in modo diverso quel breve tratto di percorso. Come opportunità. Probabili, diverse, indefinite e misteriose. Certamente ce ne sono, ma la loro entità la si potrà scoprire quando le sceglieremo. Luci. Come opportunità, come tante porte in un’unica stanza.

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Equilibri infranti

Finestre sul mondo

Guarda il mondo quant’è bello.
Un contrasto acido tra la natura e le opere umane.
Ma c’è qualcosa, costruito dall’uomo, capace di durare per sempre?

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Perdersi per poi ritrovarsi

Talvolta è necessario perdersi per ritrovarsi.
È proprio quel dettaglio che fa la differenza, perchè quando ti perdi ripercorri tutte le strade, mettendo in discussione tutte le scelte prese precedentemente, proprio quelle che ti hanno portato a perdere di vista la strada giusta. È quindi un percorso che ti forma, che magari ti fa anche dannare, ma che, e ci metto la firma, prima o poi ti riporta sulla strada giusta.
Buon viaggio!

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